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I FONDI ETICI: EFFICACI ED EFFICIENTI MA L’ITALIA RESTA INDIETRO RICHIAMO A ENTI RELIGIOSI, SINDACATI E TERZO SETTORE: “NON CI SONO PIU’ SCUSE, E’ ORA DI INVESTIRE IN MODO RESPONSABILE”

Roma, 7 ottobre 2009_ La crisi economica e l’enciclica del Papa “Caritas in veritate” hanno posto sotto i riflettori il ruolo chiave dell’etica nella finanza. Gli investimenti socialmente responsabili, che abbinano le valutazioni sui risultati economici alle valutazioni sull’impatto sociale e ambientale dell’operato di Stati e Aziende che emettono titoli, sono in netta crescita in tutto il mondo. I rendimenti raggiunti dai fondi etici, soprattutto durante la crisi, sfatano una volta per tutte il falso mito secondo cui investire in modo etico comporterebbe un sacrificio economico.
Dunque non ci sono più scuse per gli investitori istituzionali – enti religiosi, sindacati e Terzo Settore in testa – che ancora investono tutti i loro patrimoni usando strumenti privi di certificazione etica. E’ questo il forte richiamo giunto da esperti nazionali e internazionali riunitisi oggi a Roma per il seminario intitolato “Efficacia ed efficienza dell’azione dell’investitore etico” promosso da Etica sgr, l’unica società di gestione del risparmio italiana che offre esclusivamente fondi etici composti da titoli di aziende e Stati che abbiano superato un severo esame in materia di responsabilità sociale e ambientale.


La direttrice generale di Etica sgr, Alessandra Viscovi, ha aperto i lavori illustrando il trend del mercato degli investimenti socialmente responsabili in Italia, in Europa e negli USA.


“A livello mondiale i patrimoni gestiti con criteri di responsabilità sociale hanno raggiunto il 10% del mercato. Secondo la società di ricerca Vigeo, l’industria europea dei fondi socialmente responsabili ha resistito alla crisi, aumentando il proprio patrimonio del 23% nel 2008 e del 27% nei primi sei mesi di quest’anno. Un incremento esponenziale, che ha riguardato soprattutto paesi come Francia, Germania e Belgio. In Europa sono presenti 683 fondi etici per un totale di 53 miliardi di euro collocati a clienti retail, mentre l’Italia è rimasta indietro rispetto agli altri Stati europei e conta oggi 20 fondi per un patrimonio complessivo di circa 1,5 miliardi, in calo da tre anni consecutivi. Peraltro, anche in Italia i fondi socialmente responsabili hanno dimostrato almeno di resistere meglio degli altri alla crisi (i patrimoni di tali fondi nell’ultimo anno sono diminuiti del 10,9% contro un dato del mercato pari a -16,6%), con alcuni casi in netta controtendenza, come i fondi di Etica Sgr che nello stesso periodo hanno registrato un +27,1%.
La scarsa incidenza di patrimoni gestiti con criteri etici si riflette anche sulle performance di responsabilità sociale delle imprese italiane, che sono arretrate rispetto alle imprese europee soprattutto in ambiti quali l’ambiente e la governance. Come comunità finanziaria e come risparmiatori, occorre attuare un salto di qualità e un passaggio culturale epocale passando da un ruolo di shareholders, semplici detentori di azioni, a quello di stakeholders, portatori di interessi con particolare attenzione a quelle aziende che si impegnano a migliorare l’ambiente, la qualità della vita dei loro lavoratori, che combattono la corruzione, il marketing illegale,ecc.


Fabio Salviato, presidente di Banca Etica e di Etica sgr,
ha incalzato gli investitori istituzionali, sindacati, enti religiosi e terzo settore in testa a prendere atto degli ottimi risultati raggiunti dalla finanza etica e a interrogarsi seriamente su un uso più responsabile dei loro patrimoni. “E’ incredibile pensare che i sindacati gestiscono 60miliardi di euro di fondi pensione dei lavoratori e li investono senza valutare se con queste risorse si vanno a sostenere aziende attente ai diritti dei lavoratori o meno”, ha detto.


Helen Alford,
decano della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Tommaso d’Aquino (Roma), con un’esperienza decennale nello studio della responsabilità sociale d’impresa ha sottolineato i problemi teorici che indeboliscono la pratica della responsabilità sociale di impresa ribadendo come questa non possa funzionare se si limita ad essere una strategia di marketing.


E sullo stesso tema Leonardo Becchetti, docente di Economia all’Università di Tor Vergata (Roma) e presidente del Comitato Etico di Banca Etica,  ha illustrato come, soprattutto a seguito della crisi dei mercati, la finanza etica sia in grado di produrre “quella fiducia indispensabile per rimettere in moto l’economia”. Da tempo le teorie economiche hanno iniziato a tenere in considerazione aspetti prima esclusi, quali quello di felicità degli individui che deriva prima dal sistema di relazioni interpersonali che essi hanno che dalle loro entrate. In questo senso si parla oggi di consumatori e risparmiatori mossi capaci di esercitare il “voto con il portafoglio“. Dopo un confronto tra diverse teorie Becchetti ha concluso che “le imprese socialmente responsabili fronteggiano sì un aumento di costi, ma i benefici sono enormi: aumenta la produttività dei lavoratori, si ottiene più favore da parte dei cittadini che sono disposti anche a pagare di più se sanno di sostenere un’azienda socialmente responsabile, si riduce la conflittualità e le cause con i consumatori (soprattutto negli USA), si possono conquistare leadership tecnologiche nel settore ambientale, anticipando regolamentazioni sempre più severe sulle emissioni. Le imprese socialmente responsabili ottengono risultati migliori sul fronte del valore aggiunto, ma lievemente inferiori per quanto riguarda il Roe, ma non per questo sono meno convenienti per gli azionisti perché se il rendimento è minore è anche vero che il rischio è sensibilmente minore. E soprattutto gli investitori istituzionali che dovrebbero agire in un’ottica di lungo periodo e di sostenibilità, nel comprare titoli sanno di dover confrontare non solo i rendimenti ma anche i rischi”.